La Vio ‘d lei Béoule

Un collegamento utilizzato regolarmente fino agli anni ’60, quando gli agglomerati più a valle erano abitati e non esisteva ancora la carrozzabile.

Croce Arlongo

Partenza: Oncino, meire Bigorie

Tempo di percorrenza: 2h circa

Veniva così denominata la strada che dalle Bigorie conduce al rio Bulé e da lì alla borgata Narlonc. Questo collegamento venne utilizzato fino agli anni ’60, quando gli agglomerati più a valle erano abitati e non esisteva ancora la carrozzabile. 
Si parte dalle Bigorie, in prossimità del pilone dedicato a San Giovanni Battista costruito nel 1990.

Il luogo, denominato Briquét in probabile virtù della sua posizione emergente, è stato fino agli anni ’50 il punto di incontro convenuto da quanti si dedicavano alla vendita delle viole raccolte sulle alture circostanti. Le donne oncinesi, con il loro raccolto di viole depositate in sacchi di iuta, attendevano qui l’arrivo dell’acquirente che, concluso l’affare, caricava sul dorso del mulo i preziosi e profumatissimi carichi per il trasporto a valle.
Si inizia la discesa in direzione nord imboccando la via lungo la quale, per il primo tratto fino agli anni ’40 scorreva la bialhéro del Chò ‘d la Bello utilizzata per alimentare le famiglie quassù dimoranti nella stagione estiva.

Dopo l’ultimo gruppetto di case che segna la fine delle meire Bigorie, il sentiero aumenta la pendenza e attraversa il primo tratto di bosco denominato Carousin fra faggi, frassini, aceri, maggiociondoli, sorbi, ma soprattutto béoule (betulle). Potrebbe essere questa particolare presenza vegetativa che ha dato il nome all’omonima via.

Dopo pochi minuti di cammino si raggiunge un piccolo agglomerato di case ora diroccate, con un pianoro circostante denominato Chot ‘d Ricchou (soprannome di un proprietario). Siamo sullo spartiacque che affiora tra i due torrenti Cervetto e Bulé (rispettivamente alla destra e alla sinistra orografica), all’altitudine di m. 1472 s.l.m. Dopo un tratto di ripida discesa si svolta a sinistra in direzione est e alzando lo sguardo, nelle stagioni autunnale, primaverile o invernale, si nota il Piloun ‘d la Crou ‘d Narlonc con alle spalle il Monviso.

Si giunge quindi in prossimità del Bulé che si attraversa con prudenza su alcuni tronchi allineati nei pressi del grande masso denominato Rotsso dë la Piantso. Si prosegue sul tracciato che, da questo punto in poi, prende il nome anche di Vio ‘d lei Cazotte. Salendo in diagonale al pendio, in direzione nord, dopo aver attraversato appezzamenti di terreno curati fino agli anni ’50 nei minimi particolari, si giunge a Narlonc, borgata disposta in cresta allo spartiacque ad un’altitudine di 1377 m. s.l.m., che ospitava fino alla prima metà del 1900 ben 17 famiglie. Questa borgata molto probabilmente era capoluogo prima dell’attuale capoluogo di Oncino (Vilo) che lo divenne solo dopo il Marchesato di Saluzzo.


Si lascia la borgata e senza proseguire sulla strada sterrata s’imbocca la via che, percorrendo in discesa la cresta, si dirige verso altri insediamenti. Intanto si può godere di buona vista sul fondovalle e su numerose altre borgate di Oncino. Si giunge quindi a Cò di Sere (i cui abitanti avevano cognome Serre): da ciò si suppone derivi il nome della borgata.
Si riprende la discesa per raggiungere la strada carrozzabile sterrata che conduce, svoltando a sinistra, al vecchio mulino denominato lou Moulin dal Parcou. Si tratta di un tipico mulino ad acqua attivo fino al 1961, gestito da Pietro Allisio (Pietrou dal Parcou) che nel 1932/33 sostituì la vecchia ruota in legno con una in ferro, il cui movimento veniva indotto dall’acqua prelevata dal rio Bulé, in prossimità del Pont dal Gà (a monte delle Bigorie) attraverso un canale denominato la bialhéro dal moulin.

Si segue ora la carrozzabile in direzione nord passando davanti al Piloùn dë lei Bialheirà, il pilone votivo costruito nel 1905 e dedicato alla Madonna Addolorata. Lo stesso è tuttora meta delle annuali processioni che precedono alcune feste religiose.

Dopo il pilone si svolta subito a sinistra in direzione sud (in leggera salita), per imboccare la Vio ‘d Narlonc, sentiero ombreggiato da piante di alto fusto disposte sui bordi della vio quasi a formare un viale. Il sentiero, più in salita, abbandona le curve e obbliga il passaggio davanti al primo pilone votivo dedicato alla Madonna.

Dopo un breve tratto, lasciando sulla destra anche il secondo pilone, dedicato a San Giuseppe (con all’interno la statua del santo) e costruito da Allisio Giuseppe (Bigat) nell’anno 1903, si giunge a Bigat. Proseguendo sul sentiero leggermente in discesa, si nota a sinistra, oltre la vegetazione, l’agglomerato Cò di Sere oltrepassato poco prima. Ci s’imbatte quindi in un terzo pilone con all’interno la statua della Madonna fatto costruire da Aimar Andrea (Baròt).

Oltrepassate le case si presenta un pianoro, lhi Chòt, attraversando il quale si notano a destra, sopra la strada carrozzabile, due agglomerati: Pëtòou e Canavoù. Seguendo la strada sterrata carrozzabile, per il tratto la Meiro –Narlonc tracciata sul vecchio sentiero, si valica la Bialhéro dal Moulin e si ritorna a Narlonc.

Qui, senza più entrare nella borgata, s’imbocca sulla destra la ripida via (tratto denominato la Rabiéro) che prosegue in direzione ovest. Caratteristico l’affresco di San Martino datato 1888, che si può osservare salendo, dipinto sul muro di una casa sulla sinistra.

La salita si fa più marcata nei pressi dell’ultima casa della borgata chiamata la Meizoun dal Bullou; poco oltre incomincia ad allargarsi la vista sulla cresta del Viso. Si esce così allo scoperto dalla vegetazione per giungere alla Croù ‘d Narlonc, luogo riconoscibile per la presenza di un pilone che presenta tre facciate raffiguranti, quella centrale la Sacra Famiglia, San Bernardo e Sant’Antonio le altre due.

Questo era il luogo in cui parte degli abitanti delle borgate a valle si trasferivano per trascorrere l’estate con il loro bestiame, occupando le meire circostanti. Proseguendo si raggiungono così le Bigouriëtte immettendosi sulla strada carrozzabile. Valicato infine il Bulé si raggiunge il pianoro chiamato Chò ‘d la Bello, dove si trova la fontana e si ritorna così al punto di partenza.

Ultimo aggiornamento: 28/02/2024
Una donna con una camicia nera e pantaloni corti è seduta di lato su rocce affilate su una montagna. La persona indossa un fascia sulla testa e guarda verso un paesaggio montuoso. Le vette delle montagne si estendono in lontananza sotto un cielo azzurro. Il terreno è aspro e roccioso, e la scena trasmette un senso di altezza e tranquillità.